A te e famiglia..
Frilli #9 Christmas edition
Quest’anno ho capito una cosa… sono vecchia.
Ma forse lo sono sempre stata, nell’animo.
Non tollero le folle di gente, non amo il rumore, e sospiro davanti alle vetrine pensando: “Eh, qui prima c’era…”.
Cose che, fino a qualche anno fa, faceva mio papà — e io, da figlia spazientita, roteavo gli occhi. La verità è che in famiglia siamo tutti così: nostalgici, amanti del passato, collezionisti di “com’era prima”. E questo nonostante io sia un’inguaribile nerd, una che ama il progresso, le innovazioni, le città che cambiano.
Evidentemente le due cose possono convivere.
Eccomi qui, a Natale, a guardare Milano con quello stesso respiro sospeso.
Mi accorgo delle vie che cambiano, delle insegne che spariscono, delle serrande che non appartengono più al mio passato. E ogni volta sento quel piccolo strappo, come quando ti accorgi che una cosa che davi per eterna… eterna non lo è.
La nostalgia è arrivata — puntuale, elegante, quasi gentile. E me la tengo.
Arriva soprattutto a dicembre, quando Milano si illumina e allo stesso tempo cambia pelle: un’insegna nuova, un negozio che chiude, un’altra boutique identica a tutte le altre che apre. È come se la città registrasse il tempo non con le stagioni, ma con le vetrine.
È impossibile non pensare a L’uomo che visse nel futuro, a quella scena in cui il protagonista osserva lo scorrere degli anni guardando sempre la stessa vetrina, mentre cambiano le mode, i vestiti e perfino le forme dei manichini.
Ecco: a Milano funziona allo stesso modo.
Il passare del tempo lo vedi nelle vetrine, negli arredi, nei locali che si trasformano. È il nostro piccolo orologio urbano.
Eppure — ed è qui che mi intenerisco davvero — l’essenza di Milano resiste!
Non è in Piazza Duomo, così sfacciata, così aperta e disordinata.
Milano, per me, è un’altra cosa. È una città che va letta per dettagli, come una geografia sentimentale: non quella delle mappe ufficiali, ma quella fatta di abitudini, ritorni, percorsi che ripeti senza accorgertene perché ti tengono in equilibrio.
C’è un piccolo tour che faccio sempre, soprattutto sotto Natale. Non lo chiamo mai “giro”, è più un rito. Passo da vie strette che sembrano voler proteggere quello che resta — San Maurilio, San Giovanni sul Muro, angoli che non fanno rumore. Guardo gli infissi delle finestre e i vetri d’epoca sottili come lastre di zucchero. I palazzi bugnati con ricchi balconi decorati a festa. Mi soffermo sulle finestre accese, sugli alberi di Natale addobbati in maniera kitch nelle portinerie. Mi piace.
Milano è anche fatta di figure che tornano: signore un po’ incurvate, con la calza e il cappotto color caramello. In mezzo al deserto non riuscireste a trovarle, da quanti toni di marrone hanno addosso. (E occhio: non sono le sciure vestite a festa, eh. C’è differenza.)
E poi c’è il rito collettivo.
Andare in centro a vedere le vetrine, quando era davvero un evento.
Quando la città si accendeva e diventava magica.
Quando “andiamo alla Rina” non era solo una commissione, ma una promessa.
La Rinascente, per anni, è stata un laboratorio di visioni: non solo un grande magazzino, ma un luogo dove il design, l’arte e l’idea di futuro entravano nella vita quotidiana. Gli allestimenti di Steiner, Munari, le sperimentazioni grafiche, le vetrine come racconti.
Una cultura visiva che oggi sopravvive negli archivi — e nella memoria di chi c’era.
Forse Milano cambia.
Forse io cambio con lei.
Ma a Natale mi ricordo sempre che Milano è una città che non si concede subito:
la riconosci solo se la ami, se la guardi bene, se ti fermi quel secondo in più.
E non ditemi che non c’è il mare.
E quindi: a te e famiglia.
Auguri.
Vi lascio dei Frilli nella calza
Vero
Cose trovate e ri-trovate…ovvero i Frilli.
Archivio Rinascente Allestimenti, vetrine, visioni. Munari, Steiner, l’idea che il futuro potesse anche essere elegante e gentile. (È pazzesco davvero.)
Lo spot di Natale per eccellenza
La mia canzone di Natale preferita (video senza senso avverto)
Il gioco che ho sempre voluto ricevere e non ho mai avuto.
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L'altro giorno sono stato a Firenze e sono passato da Sabatini, un piccolissimo negozio di scarpe che vendono delle scarpe tipo Clarks colorate a un buon prezzo, con il loro marchio, Sabatini appunto. Chiedo il mio numero e mi dicono ah non c'è quasi più nulla. Vi rientrano domandano. No, la ditta che le faceva è fallita, e non ne troviamo un'altra a qualità prezzo. Un colpo al cuore. Ho comprato un paio viola. Non avevo mai comprato un paio di scarpe viola.